INCONTRO NAZIONALE DI GENUINO CLANDESTINO ROMA 16, 17, 18 MAGGIO 2014 Tavolo di discussione sugli OGM

PENSIERO ED AZIONE DEL COORDINAMENTO TUTELA BIODIVERSITÀ DEL FVG

CHI SIAMO

La nostra storia

Nella primavera del 2013 un gruppo di agricoltori ha seminato una serie di appezzamenti a MON 810 nel Friuli Venezia Giulia. A questa provocazione le associazioni ambientaliste e dei produttori biologici della regione hanno risposto in modo molto blando, appellandosi addirittura alle regole sulla coesistenza; per questo un gruppo di persone, appartenenti a diverse espressioni politiche e sociali, hanno deciso di esprimere concretamente il proprio dissenso all’ennesimo attacco ambientale del proprio territorio, già devastato dalle monocolture intensive, dalla cementificazione e dall’industrializzazione. Abbiamo prima di tutto deciso di costituirci come coordinamento, in quanto, questa formula rispetta meglio l’eterogeneità dei suoi membri e abbiamo intrapreso questa lotta con la consapevolezza che quanto stava accadendo in FVG era un’operazione per “liberalizzare” le colture transgeniche in tutto il territorio nazionale. Gli Ogm in se stessi non sono la causa bensì l’ennesima risposta paradossale che l’agroindustria sta dando a problemi che proprio lo stesso sistema monocolturale e intensivo ha creato, portando con sé ulteriori gravi problematiche all’ecosistema nel cuore vitale della biodiversità, da qui è nato il nostro nome coordinamento tutela biodiversità.

Su questi presupposti il primo di settembre del 2013 abbiamo delineato il nostro agire sul territorio e nel territorio con le persone che lo abitano, con produttori e consumatori. E’ stato organizzato un presidio che ha visto una notevole partecipazione. Dopo circa venti giorni abbiamo sottoscritto un appello con Vandana Shiva affinché le istituzioni si impegnassero concretamente nel fermare queste colture. Quest’appello è stato poi inviato alle amministrazioni locali e, nell’arco di alcuni mesi, sei comuni si sono dichiarati antitrasngenici. Dalla fine del 2013 abbiamo iniziato una raccolta firme, non solo contro gli ogm, ma anche contro l’intenzione della regione di regolarizzare queste nuove colture accettando la regola della coesistenza; non solo abbiamo raccolto migliaia di firme ma soprattutto siamo riusciti ad informare in modo critico e a far conoscere la nostra attività

Il sei di aprile abbiamo organizzato una manifestazione contro le semine Ogm paventate dai soliti agricoltori sostenitori di un modello agricolo oramai palesemente in declino e anche in questa occasione abbiamo avuto un buon risultato nonostante il divieto del Questore che, per motivi di ordine pubblico, ha di fatto proibito la manifestazione. Grazie all’aiuto di un agricoltore siamo riusciti a manifestare lo stesso in un suo appezzamento e questa azione ha avuto anche il vantaggio di rompere il fronte mediatico di Futuragra, dimostrando che non tutti i produttori sono così allineati, anzi, qualcuno ha dimostrato il coraggio di esporsi e di sostenere questa battaglia.

 IL NOSTRO PENSIERO

Il sistema di produzione agroalimentare ha un ruolo non secondario nel dissesto ecologico in cui versa il nostro pianeta, incidendo notevolmente nel riscaldamento globale. Per la produzione di cibo si consumano più risorse energetiche (per la gran parte di origine fossile, come petrolio, carbone, metano), idriche e naturali, di quanto poi vengono reimmesse nel ciclo vitale del pianeta, portando con sé inquinamento, riduzione della biodiversità e gravi problemi sociali, anche nei paesi ricchi. Infatti, basti ricordare l’aumento di malattie legate ad un consumo di cibo cattivo, all’inquinamento, all’incremento di disagi di tipo psicologico e di emarginazione sociale, all’abuso di sostanze psicotrope.

Alla base di tutto ciò troviamo una mentalità strutturata attorno alla gerarchia e al dominio dell’uomo sull’uomo che ha poi generato il dominio dell’uomo sulla natura perdendo completamente di vista i bisogni reali, i quali sono stati di volta in volta implementati in modo del tutto strumentale dal sistema capitalistico. Per questo abbiamo deciso di affrontare la vertenza sugli OGM partendo dal presupposto secondo il quale non possiamo affrontare i problemi ecologici senza un profondo mutamento sociale.

Il sistema monocolturale, come l’industrializzazione, hanno comportato profonde modifiche nel tessuto sociale, strappando intere popolazioni, in tutto il pianeta, dalla propria storia, cultura, tradizioni, usi e costumi che erano il risultato di un adattamento funzionale all’ambiente e in equilibrio con esso. Questo sistema basato essenzialmente sulla crescita illimitata, sul consumismo e sullo spreco ha portato alla devastazione paesaggistica ed ambientale del territorio, facendo scomparire aree di flora e fauna spontanea e autoctona, per fare spazio a zone industriali, urbanizzazione selvaggia e centri commerciali, diventati spesso l’unico spazio sociale.

L’approccio ambientalista, che utilizza strumenti di analisi in cui la natura è considerata un habitat passivo, che tende a produrre “riserve naturali” senza mettere in discussione il concetto di dominio sulla natura, si è dimostrato insufficiente nell’affrontare la questione OGM. Basti pensare che la Regione FVG ha già pronto un quadro normativo che prevede la coesistenza. L’approccio ecologista, invece, che analizza l’equilibrio dinamico della natura e dell’interdipendenza degli esseri viventi, ci permette di occuparci delle relazioni in seno al concetto di ecosistema o comunità di viventi in interrelazione tra loro, quindi di fare delle analisi attraverso un approccio orientato alla complessità e non di tipo riduzionistico.

Il NO agli OGM è netto perché è un NO a questo tipo di agricoltura.

Biotecnologie, Royalties e Biodiversità

Quando si parla di Ogm è impossibile non fare delle analisi sulla tecnologia e sul suo utilizzo. È emerso durante l’attività assembleare del coordinamento un aspetto paradossale in cui la capacità distruttiva che la specie umana ha dimostrato negli ultimi 150 anni contenga in sé un potenziale ricostruttivo. Noi non vogliamo demonizzare le biotecnologie in se stesse, infatti, se utilizzate con consapevolezza ed etica, possono darci delle soluzioni ai problemi che l’agroindustria ha creato.

La specie umana ha sempre cercato il miglioramento genetico, fin dagli albori dell’agricoltura. Le conoscenze scientifiche oggi ci permettono di rendere più breve e più efficace tale pratica, sempre però partendo dalla ricchezza che la natura ha in sé.

Tra tutte queste tecniche, che passano per gradi diversi di “forzatura” genetica, quella che urta di più è l’inserimento di geni di una specie in un’altra anche filogeneticamente distanti cioè il trasferimento genico orizzontale che travalica il normale passaggio dei geni da genitori a figli.

Certo, in natura molte cose possono accadere ed accadono, ma, in linea generale, pure a scuola ti spiegano che l’evoluzione ha selezionato le cellule affinché siano in grado di sviluppare sistemi di sicurezza contro l’acquisizione di materiale genetico estraneo; non per nulla il trasferimento genico orizzontale solleva diversi problemi di variabilità, imprevedibilità, imprecisione, ricombinazione non controllabili ecc. ecc.

E allora questi “innesti” genetici sono davvero un mezzo fra i tanti per ottenere la varietà desiderata? Possiamo davvero accettare il principio di sostanziale equivalenza in virtù del quale si considera che gli OGM siano sostanzialmente equivalenti a prodotti analoghi già esistenti, per il solo fatto che le mutazioni ottenute corrispondono a quello che potrebbe, nella lotteria delle probabilità, avvenire in natura? Perché questi costrutti sono registrati come “invenzioni”?

Le multinazionali dell’agrochimica, per affermare il loro monopolio, hanno preteso di brevettare materiale genetico, accreditandosi come inventori. Un organismo e il suo patrimonio genetico, sono tutt’al più una scoperta, non un’invenzione. Esse privatizzano la vita senza coinvolgere i popoli che per secoli hanno utilizzato e selezionato queste varietà. Nel corso della rivoluzione verde abbiamo visto l’inesorabile scomparsa di migliaia di varietà di riso, mais, fagioli etc, i cui semi sono stoccati in banche del Seme che, pur essendo patrimonio dell’umanità, non sono accessibili.

Brevettare la vita ha conseguenze devastanti. Infatti, anche se non si vuole utilizzare colture transgeniche esse contaminano le altre coltivazioni e quando la multinazionale di turno fa delle indagini, (spesso senza informare il proprietario) e scopre che c’è il patrimonio genetico che essa ha brevettato, il produttore è costretto a pagare una multa, vedi le diverse vertenze in Canada, in Australia e negli Stati Uniti.

Questa concezione del brevetto è stata voluta recentemente dal WTO con gli accordi TRIP’s. La sigla sta per Trade Related Intellectual Property Rights, cioè diritti di proprietà intellettuali collegati al commercio. Quindi i brevetti su semi e patrimonio genetico sono parte integrante del commercio e i TRIP’s valgono in tutti i paesi che hanno aderito al WTO. Se un paese non rispetta gli accordi incorre in pesanti sanzioni che possono comprometterne l’economia.

Quanto sopra è stato definito da Vandana Shiva Biopirateria.

Le biotecnologie come ogni conoscenza umana, se usata per un fine buono e con una riflessione sui mezzi, possono risolvere numerose problematiche. Il riscaldamento globale è la prossima grande sfida che ci troviamo ad affrontare. I gravissimi dissesti climatici che esso comporta, modificano i fattori che permettono la produzione di derrate alimentari, quindi esse possono essere un modo per trovare delle nuove varietà che rispondano alle esigenze alimentari contingenti di un determinato territorio, volute e costruite dalle genti che quel territorio abitano, di cui condividono, lingua, cultura, ma senza brevetti! I semi devono essere liberamente scambiati.

Creare delle piante, che siano per esempio più resistenti alla siccità, rispettando il loro patrimonio genetico è possibile partendo proprio da ciò che già c’è, ma questo deve essere fatto attraverso una ricerca libera e accessibile e soprattutto realmente correlata alle esigenze concrete della produzione alimentare e non essere ad uso esclusivo e servile delle logiche mercantilistiche di poche multinazionali, il cui unico scopo è il profitto di pochi a discapito di molti. Per questo sono necessari agricoltori custodi, che producano varietà antiche e autoctone, oltre che le banche del seme, perché le piante devono essere coltivate. Lo stesso dicasi per la zootecnia in cui diventa fondamentale uscire dall’omologazione e dall’allevamento intensivo di alcune razze per rivalutare razze autoctone, perfettamente adattate ad un ecosistema, in grado per tanto di rispondere efficacemente ai bisogni specifici.

La vita non si brevetta!

 Azione diretta

Nella prima parte di questo documento abbiamo spiegato come ci siamo mossi per far fronte a questa vertenza ecologica che sta interessando il nostro territorio e nel lavoro assembleare che abbiamo svolto fin d’ora non sono mai mancate delle riflessioni su come portare avanti la nostra lotta. Più volte si è discusso sull’opportunità di compiere delle azioni “più incisive” con la consapevolezza che queste per essere efficaci debbano riscontrare un consenso allargato tra la popolazione. Tutto ciò richiede, a nostro avviso, un lungo lavoro di coinvolgimento ed informazione con l’intento di innescare un circolo virtuoso di solidarietà, come accade oggi in Val di Susa. Senza queste caratteristiche l’azione diretta assume un aspetto estemporaneo, in grado di dare una momentanea visibilità mediatica ma del tutto privo, se non dannoso ad una progettualità con il territorio e nel territorio.

Vorremmo che la vertenza sugli Ogm in Friuli diventi un’occasione importante per ripensare all’organizzazione sociale e per promuovere pratiche in cui al centro ci sia l’autodeterminazione dei singoli e delle comunità. Una visione più ampia che ci permetta di superare i limiti degli attuali rapporti sociali, di scambio e di consumo, rispondendo anche alla profonda crisi del sistema rappresentativo attraverso esperienze concrete di democrazia diretta.

 ASPETTI LEGISLATIVI

 Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso presentato contro il decreto legislativo 187 del 10 agosto 2013 che vieta le coltivazioni di MON 810 fino a dicembre 2014, ma non possiamo ritenerci soddisfatti di questo risultato.

Si tratta comunque di un provvedimento temporaneo finalizzato a dare il tempo alle regioni di applicare le norme per regolamentare la Coesistenza tra le coltivazioni transgeniche , tradizionali e biologiche , imposte dall’attuale normativa europea (direttiva 2001/18 CE e Raccomandazione CE del 13/07/2010)

Per ora in FVG è vigente una moratoria di 12 mesi sulla coltivazione del MON 810, in attesa che la Commissione europea si pronunci su una legge regionale che fa riferimento comunque alle norme europee sulla coesistenza per la definizione di zone ogm free. Anche in questo caso si tratta di disposizioni temporanee che le istituzioni europee contesteranno con facilità, ma che rischiano di essere prese a riferimento anche dalle altre regioni italiane.

Per impedire definitivamente le coltivazioni transgeniche in Europa il primo passo per programmare lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile, è assolutamente necessario modificare la normativa europea!

Attualmente potremmo essere ad un momento decisivo, stante le imminenti elezioni europee e il semestre di presidenza italiano. Infatti già dal 2010 il parlamento europeo ha proposto una modifica della direttiva europea sugli ogm affinché venga introdotta la libertà di scelta per Stati membri di vietare le coltivazioni transgeniche.

La stessa CE sta spingendo affinché venga portato a termine questo percorso, che potrebbe rappresentare una soluzione praticabile adatta a bloccare l’attuale deriva transgenica. Ma tale proposta va assolutamente emendata in quanto subordina la possibilità di vietare gli ogm alla conformità ai Trattati Internazionali sul commercio (WTO, TTIP) e toglie la facoltà degli Stati di valutare i rischi ambientali e sulla salute connessi alle coltivazioni e al consumo di alimenti transgenici (che si vuole furbescamente lasciare all’EFSA, ente pubblico completamente in mano alle multinazionali, vedi il caso Seralini in Francia).

Quindi per una vera libertà di scelta degli Stati è necessario mantenere la valutazione ambientale e sulla salute (attualmente definita come “clausola di salvaguardia”), eliminare la conformità ai Trattati e inserire la tutela e il diritto alla “sovranità alimentare” di ciascun popolo.

Purtroppo in quest’ambito, in Italia, la Commissione Agricoltura ha emanato delle direttive, rivolte ai nostri europarlamentari, per chiedere solamente la definizione di zone ogm free (es. FVG) e la riduzione dei limiti di tolleranza ( che paradossalmente, se non verranno impedite le coltivazioni transgeniche, aggraveranno la gestione del sistema di certificazione delle filiere ogm free, come il bio).

Dunque non possiamo certamente tranquillizzarci dicendo che ora “la situazione normativa si è chiarita e stabilizzata “ come sta affermando la Task Force regionale del FVG!

 

Ma la nostra battaglia non si ferma al piano legislativo sugli OGM, quello che noi desideriamo è un cambiamento delle relazioni sociali ed economiche nella loro globalità. Le produzioni alimentari devono essere in proporzione ai reali bisogni dei territori, il rapporto tra produttori e consumatori non deve essere mediato dalla GDO (grande distribuzione organizzata), ma deve diventare il più possibile diretto. Riteniamo sia necessario superare le categorie di agricoltura convenzionale, biologica etc, con la sovrastruttura delle costose e ambigue certificazioni, a favore di un agire produttivo rispettoso della natura e dei suoi viventi in relazione sinergica circolare, quindi non gerarchica tra loro.

 Per l’incontro nazionale di genuino Clandestino abbiamo pensato di presentare le seguenti

 PROPOSTE

 

  1. Livello locale

 

  • implementare lo scambio di semi di varietà antiche e autoctone

 

  • chiedere ai comuni di dichiararsi antitransgenici

 

  • campagne di informazione e sensibilizzazione sul tema degli OGM

 

  • promuovere nuove forme di relazione tra produttori e consumatori

 

  • promuovere una riduzione dei consumi di proteine animali nella dieta

 

  • chiedere alle regioni l’emanazione di norme che vietino la coltivazione degli ogm sui loro

territori

 

  1. Livello nazionale

 

  • Richiedere etichette chiare e trasparenti sulla filiera Ogm FREE con l’introduzione della lettura a code

 

  • Richiedere controlli con analisi a campioni frequenti sui campi coltivati e sugli alimenti della GDO

 

  • Chiedere l’applicazione della “clausola di salvaguardia” sulle coltivazioni transgeniche, resistendo alle pressioni e ai richiami della CE

 

  1. Livello europeo

 

  • chiedere al Parlamento Europeo la modifica dell’attuale normativa sugli ogm per una vera libertà di divieto per gli Stati membri, in vista del bando definitivo della coltivazione e commercializzazione dei prodotti transgenici

 

  • Richiedere l’illegittimità dei Trattati internazionali per il commercio e dei Trip’s

 

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