OGM e SALUTE: quale è il vero problema?

Di Giovanni Dinelli del Dipartimento di scienze agrarie dell’università di Bologna ha scritto per il Quarto Notiziario 2014 dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica. Dinelli, in primis esperto in erbicidi, convertitosi poi al biologico di cui è fervido sostenitore, parla in questo articolo con preoccupazione scientifica del glyphosate definendolo il DDT di oggi.

Tra le numerose innovazioni tecnologiche messe a punto negli ultimi trent’anni, gli organismi geneticamente modificati (OGM) sono la causa di uno dei più accessi e controversi dibattiti, che dividono la nostra società civile, a tutti i suoi livelli. Sintomatica è il recente dibattito scatenato da un editoriale del Prof. Gilberto Corbellini (peraltro docente di storia della Medicina, e non di scienze agrarie), pubblicato sull’Unità in data 23 luglio 2014, in cui di fatto si accusa la sinistra italiana di avere una posizione insensatamente contraria all’introduzione nei nostri sistemi agricoli degli OGM. L’incipit dell’editoriale evidenzia chiaramente riferimenti specifici, con tanto di nomi e cognomi: «Da Manlio Rossi Doria a Oscar Farinetti, via Carlo Petrini. Si potrebbe così sintetizzare la triste parabola del pensiero di sinistra e riformista in materia di politica agricola». Molti degli interessati hanno poi risposto all’editoriale, argomentando le ragioni delle proprie posizione in materia di OGM. Non si vuole in questa sede riportare l’ennesimo elenco delle motivazioni proposte a favore e contro l’utilizzo di OGM nel settore agro-alimentare: solo in rete sono disponibili migliaia di documenti che trattano il tema, non escludendo i numerosi forum pro e contro. Merita però sottolineare che sovente, soprattutto chi sostiene gli OGM tende a non contestualizzare le proprie affermazioni. L’assenza di un riferimento specifico al reale contesto del sistema agro-alimentare, ha l’effetto di rendere la discussione sostanzialmente sterile. L’importanza del contesto può essere facilmente compresa con un semplice esempio: se si deve giudicare “buona o cattiva” una delle primissime innovazioni tecnologiche dell’uomo, quali ad esempio gli strumenti da taglio, il contesto fa la differenza. Un coltello di per sé non è né “buono” né “cattivo”, tutto dipende dall’uso che ne viene fatto: se utilizzato in cucina sarà giudicato positivamente, se utilizzato per aggredire un altro essere umano il giudizio sarà diametralmente opposto. Una qualunque tecnologia, inclusi gli OGM, non può essere definita a priori positivamente o negativamente, se non facendo riferimento ad un uso specifico. Spesso uno dei cardini del pensiero a favore degli OGM in agricoltura verte sull’irrefrenabile crescita della popolazione umana e sulla necessità di sfamare entro il 2040-2050 oltre dieci miliardi di uomini (a cui si deve aggiungere la straordinaria cifra di oltre 140 miliardi di capi di allevamento). A fronte di questa evidenza, la conclusione che si trae è la evidente necessità di incrementare ulteriormente la produzione agricola, anche tramite l’uso di colture geneticamente modificate, per raggiungere l’obiettivo di fornire alimenti per tutti. Questa argomentazione è ovviamente del tutto condivisibile, ma pare viceversa completamente svincolata dal reale contesto dell’attuale sistema agro-alimetare mondiale. Eric Holt Gimenez, nel suo libro “Food Rebellions: Crisis and the Hunger for Justice”, si pone l’interessante domanda di quante persone potrebbero essere teoricamente sfamate dall’attuale produzione agricola mondiale. Per dare risposta a tale domanda, considerata la produzione mondiale di derrate alimentari, le principali classi di alimenti (cereali, ortaggi, carne, uova, latte etc) sono state moltiplicate per il loro apporto calorico, ottenendo così la produzione mondiale annuale di “calorie alimentari”. Tale valore è stato poi diviso per 2500 kcal (le calorie giornaliere che l’uomo dovrebbe introdurre con la dieta per il mantenimento di uno stato di salute ottimale) e per 364 (i giorni dell’anno), ottenendo così il numero potenziale di persone che potrebbe essere sfamate annualmente. Il risultato è sorprendente, in quanto l’attuale sistema agroalimentare potrebbe sfamare una popolazione di oltre 9 miliardi di persone. Considerando poi che circa il 70% della produzione agricola mondiale è destinato all’alimentazione animale, se solo si riportasse il consumo di carne ai livelli degli anni ’70 del passato secolo (si badi bene che questo non significa obbligare la popolazione mondiale al vegetarianesimo, ma semplicemente ridurre i consumi di carne nel’ordine del 15-20%), il numero di uomini potenzialmente sfamabili dell’attuale produzione agricola salirebbe ad oltre 14 miliardi (grosso modo la previsione della popolazione terrestre nel 2075). Considerando che attualmente circa 800 milioni di persone non riescono a raggiungere giornalmente con la dieta la soglia delle 2000 kcal (questo è il cosiddetto “popolo della fame”) e che grosso modo un miliardo di persone introduce con la dieta giornalmente tra le 2000 e le 2400 kcal (questo è il “popolo dei sottonutriti”), si palesa un paradosso: un sistema produttivo che potenzialmente già da ora potrebbe sfamare la popolazione mondiale attesa per il 2040 riesce a sfamare solo i 2/3 della attuale popolazione umana. Se si considera poi che oggigiorno il “popolo dei sovra-nutriti” conta oltre 1,5 miliardi di persone (di cui 500 milioni classificabili come obesi), risulta chiaro, come poi già evidenziato da svariati economisti, che il problema della nutrizione non è legato alla sotto-produzione alimentare, ma dipende in massima parte da una iniqua distribuzione delle risorse alimentari, da enormi problematiche di spreco, da ingiusti rapporti commerciali tra il Sud ed il Nord del mondo. Pare quindi un’evidente contraddizione addurre come motivo principale della liberalizzazione degli OGM in agricoltura la futura crescita demografica della popolazione umana e la necessità di offrire alimenti per tutti. I problemi da risolvere certamente non consistono nell’incrementare la produzione di derrate alimentari (con o senza OGM), ma sono da identificarsi nel mancato accesso alle risorse alimentari disponibili. Eppure il tema della ineluttabilità della crescita produttiva agricola trova ampio spazio anche nel mondo accademico. In un recente studio della McGill University, pubblicato nella prestigiosa rivista Nature, proprio l’impossibilità di raddoppiare la produzione agricola tramite l’adozione di schemi produttivi basati sui principi della agricoltura biologica, è utilizzato come argomento chiave per concludere che l’agricoltura biologica è da considerarsi inadatta a nutrire il pianeta. Un’altra argomentazione, del tutto non contestualizzata, a favore degli OGM agricoli è la loro presunta potenzialità di promuovere la cosiddetta “agricoltura blu”, ovvero un’agricoltura sostenibile a livello ambientale ed economico tramite l’adozione di pratiche agronomiche e di sistemi di gestione del suolo con finalità produttive e di tutela dell’ambiente. Tale argomentazione potrebbe essere anche plausibile considerando potenziali trasformazioni geniche in questo senso, ma che in realtà oggi proprio ancora non esistono o non sono disponibili in commercio. Infatti attualmente le colture geneticamente modificate si riferiscono a sole quattro specie vegetali (soia, mais,colza e cotone), modificate per soli due caratteri: resistenza ad alcuni insetti fitofoagi tramite l’espressione nei loro tessuti di una tossina di origine batterica (la tossina BT) e resistenza all’erbicida glyphosate. Per inciso si tratta di piante geneticamente modificate sviluppate negli anni 80’ del passato secolo, e che introdotte sul mercato a partire dal 1996, attualmente sono coltivate su di una superficie di circa 180 milioni di ettari, per il 50% in paesi industrializzati e per il rimanente 50% in paesi in via di sviluppo o in transizione (www.isaaa.org ). Circa 110 milioni di ettari sono coltivati con le suddette specie rese resistenti al glyphosate, circa 40 milioni di ettari sono investiti con colture BT, mentre i rimanenti 30 milioni di ettari con colture con doppia trasformazione (BT/resistenza al glyphosate). Dal momento che gli unici OGM utilizzati fino ad oggi in agricoltura portano caratteristiche legate all’utilizzo di pesticidi, se fosse vero che tali trasformazioni promuovono un’agricoltura sostenibile, ci si dovrebbe attendere, dopo quasi 18 anni dalla loro introduzione nel settore agricolo, una sostanziale riduzione nell’utilizzo di tali composti. Viceversa i fatti smentiscono ampiamente tale ipotesi. Come evidenziato da Charles Benbrook nell’articolo “Impacts of genetically engineered crops on pesticide use in the U.S. — the first sixteen years”, pubblicato nella rivista “Environmental Sciences Europe” (2012, 24), nei primi sedici anni di coltivazione di colture GM negli Stati Uniti (19962012) complessivamente l’incremento nell’uso di pesticidi è stato in termini di volume pari a circa 180 milioni di chilogrammi, ovvero un incremento di circa il 7%. E’ evidente pertanto che le attuali colture geneticamente modificate richiedono una gestione del tutto identica a qualunque altra coltura allevata in regime di agricoltura convenzionale e che pertanto non forniscono alcun servizio in termini di sostenibilità ambientale. I comuni cittadini in generale trovano difficoltà nel seguire il dibattito scientifico relativo all’uso di OGM in agricoltura, ma semplicemente si pongono la domanda se il consumo di alimenti preparati con piante modificate possa indurre effetti nocivi sul loro stato di salute. Anche in questo caso i dati disponibili sono palesemente in contraddizione. I dossier tossicologici presentati dalle tre principali multinazionali (Monsanto, Dupont, Syngenta), che detengono il monopolio delle colture geneticamente modificate, non hanno mai evidenziato problemi tossicologici rilevanti sia a breve che a medio termine, mentre diverse ricerche indipendenti suggeriscono potenziali effetti tossici per la salute umana. L’interpretazione di tali contrastanti studi non sempre risulta univoca. A titolo di esempio merita menzionare un recente studio condotto dal biologo molecolare francese Gilles-Éric Séralini, inizialmente pubblicato nel 2012 nella rivista Food and Chemical Toxicology (Seralini G-E et al 2012 – Long term toxicity of a Roundup herbicide and a Roundup-tolerant genetically modified maize dx.doi.org/10.1016/j.fct.2012.08.005). Lo studio evidenziava un significativo incremento di diverse forme di cancro in ratti alimentati per due anni con una dieta a base di mais geneticamente modificato. Tuttavia l’approccio sperimentale adottato dai ricercatori francesi ha scatenato forti critiche, in quanto ritenuto non corretto. Con la tipologia di ratti utilizzati solitamente la durata delle prove tossicologiche non dovrebbe superare i 90 giorni e tutti gli studi condotti dall’industria con tale durata di esposizione non hanno mai evidenziato l’insorgenza di forme tumorali. Le critiche ricevute hanno poi indotto la rivista Food and Chemical Toxicology a ritirare nel 2014 il lavoro già pubblicato (procedura per altro abbastanza insolita e solitamente riservata ad articoli con evidenti intenti mistificatori o fraudolenti). Si può comunque affermare che allo stato attuale non esistono prove certe in merito al potenziale dannoso delle attuali colture GM per la salute. Qualche perplessità resta tuttavia in merito alle procedure addotte in Europa e negli Stati Uniti per registrare e ottenere la commercializzazione degli OGM. Infatti sia l’ente preposto a rilasciare l’autorizzazione in Europa, ovvero l’EFSA (European Food Safety Agency), sia l’ente statunitense, ovvero la FDA (Food and Drugs Administration) non possono usare laboratori indipendenti per analizzare le caratteristiche tossicologiche del materiale transgenico. Il giudizio viene rilasciato sulla base dei dossier presentati dal proponente (ovvero le multinazionali che detengono l’esclusiva della innovazione biotecnologica). Nel caso in cui vengano sollevati obiezione ai dossier presentati, le agenzie possono esclusivamente richiedere valutazioni aggiuntive alle stesse multinazionali. In altri termini risulta evidente un chiaro conflitto di interessi, in quanto in buona sostanza è lo stesso ente “controllato” che finisce per essere “controllore” di se stesso. Considerando che l’intera procedura autorizzazione di comporta registrazione costi e esorbitanti (nell’ordine di centinaia di milioni di euro), parrebbe del tutto innaturale che il proponente dell’innovazione biotecnologica andasse a presentare dossier tossicologici avversi, che di fatto porterebbero alla mancata autorizzazione da parte degli enti preposti. Se al momento non sono disponibili evidenze sperimentali che univocamente dimostrino la diretta pericolosità delle attuali colture GM per la salute umana, maggiori preoccupazioni sono destate dal principale pesticida, l’erbicida glyphosate, strettamente associato alle attuali colture GM. Come già evidenziato precedentemente, attualmente circa 140 milioni di ettari (circa i ¾ della superficie totale investita con colture GM) sono interessati da colture GM che prevedono l’applicazione ripetuta del glyphosate. La veloce diffusione di colture rese, tramite manipolazione genetica, resistenti a tale erbicida ha indotto una crescita vertiginosa del suo uso: a titolo esemplificativo basti pensare che negli USA nel 2000 erano stati applicati su mais 4,4 milioni di chilogrammi di tale principio attivo, nel 2005 i volumi applicati sono risultati più che raddoppiati (13 milioni di chilogrammi), mentre nel 2010 hanno raggiunto il valore di oltre 21 milioni di chilogrammi (fonte USDA, 2011). A livello mondiale il glyphosate è l’erbicida che vanta un primato assoluto sia in termini di volumi applicati (oltre 650.000 tonnellate nel 2011) che in termini di volumi di vendite (oltre 6,5 miliardi di dollari nel 2010, che rappresenta un valore superiore alla vendita di tutti gli altri erbicidi attualmente commercializzati per uso agricolo). La pericolosità di un qualunque composto dipende fondamentalmente da due fattori: la sua intrinseca tossicità (acuta e cronica) e l’esposizione a cui l’uomo è sottoposto. Una molecola di sintesi, pur avendo un elevatissima tossicità, può essere considerato del tutto non pericolosa nel caso in cui l’esposizione sia pari a zero, mentre viceversa una molecola, anche con una bassa tossicità, può essere pericolosa per la salute umana quando i livelli di esposizione risultino particolarmente elevati. Vediamo ora questi due aspetti per il glyphosate. Il glyphosate è stato per la prima volta registrato dalla Monsanto come erbicida ad uso agricolo nel 1974. Si tratta di un composto derivato dall’amminoacido glicina. La sua azione erbicida è dovuta all’inibizione di un enzima, l’EPSP sintasi, che promuove negli organismi vegetali la sintesi degli amminoacidi aromatici. Dal momento che tale enzima non è presente negli organismi animali, il glyphosate è stato per lungo tempo considerato tossicologico un erbicida con un profilo particolarmente benigno. Effettivamente la sua tossicità acuta per l’uomo e in generale per gli organismi animali è tra le più basse tra tutti gli erbicidi commercializzati a livello mondiale. Ancora nel 2002, quando il glyphosate ha ottenuto l’approvazione all’uso agricolo nella Unione Europea, la Commissione Europea ha stabilito che l’esposizione al glyphosate negli alimenti e in generale nell’ambiente non induce effetti nocivi sulla salute dell’uomo o degli animali. Sempre nel 2002, le autorità europee hanno definito per il glyphosate una “dose giornaliera accettabile” (Accetable Daily Intake, ADI) pari a 0,3 mg di principio attivo per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Questo significa che è considerato “accettabile” per un bambino di peso corporeo pari a 20 kg una assunzione giornaliera di 6 mg di glyphosate al giorno. Tuttavia, nell’ultimo decennio si è andato a formare un corposo numero di lavori scientifici, tutti pubblicati su riviste internazionali con giudizio di pari, che smentiscono quanto fino ad oggi ritenuto relativamente alla tossicità di questo erbicida. In particolare è stato evidenziato che il glyphosate, anche a livelli in tracce (di gran lunga inferiori all’attuale dose accettabile giornaliera fissata dalla Unione Europea), sia in grado in diversi modelli cellulari e animali di sopprimere gli enzimi del citocromo P450 e la sintesi di amminoacidi aromatici da parte del microbiota intestinale (Samsel & Seneff, 2013), di indurre malformazioni alla nascita (Benítez-Leite et al., 2009; López et al., 2012), di causare effetti teratogeni nei vertebrati (Jayawardena et al., 2010; Paganelli et al., 2010; Antoniou et al., 2012; Relyea, 2012), di causare genotossicità in linee cellulari di vertebrati (Cavas & Konen 2007; Poletta et al., 2009; Manas et al. 2009; Prasad et al. 2009) e di agire come distruttore endocrino (Walsh et al. 2000; Clair et al., 2012). Antoniou et al., nell’articolo dal titolo provocatorio “Teratogenic effects of glyphosatebased herbicides: divergence of regulatory decisions from scientific evidence” (J. Environ. Anal. Toxicol. 2012, S:4) stigmatizzano che le autorità competenti europee abbiano fino ad oggi minimizzato le evidenze scientifiche relative alla teratogenicità (acido retinoico mediata) e alla tossicità riproduttiva del glyphosate, fissando per questo erbicida una dose giornaliera accettabile del tutto insicura e non tutelante la salute della popolazione europea. Concludono, inoltre, esortando a definire a livello comunitario nuove procedure, maggiormente trasparenti, per la valutazione dei rischi associati all’uso dei pesticidi, in cui oltre agli studi prodotti dall’industria degli agro-farmaci, vengano presi in debita considerazione anche gli studi indipendenti pubblicati nella letteratura scientifica. Per quanto riguarda l’esposizione, considerando le enormi quantità di prodotto utilizzate annualmente non sorprende che il glyphosate venga costantemente rilevato in diversi comparti ambientali, in particolare in quello dell’acqua. Recentemente, l’European Glyphosate Environmental Information Sources (EGEIS) ha pubblicato un riassunto dei risultati di diverse campagne di monitoraggio del glyphosate, sia delle acque superficiali che di quelle di falda, condotte tra il 1993 e il 2009 in 13 diversi paesi europei (Horth H., 2010. EGEIS, Monitoring results for surface and groundwater. http://www.egeis.org/documents/11%20Detection %20in%20SW%20and%20GW%20draft%20v3.pd f). Per quanto riguarda le acque superficiali, in oltre 50.000 campioni il glyphosate è stato rilevato nel 29% di tali campioni, mentre il suo principale metabolita (AMPA) è stato rilevato nel 50% dei campioni. Per quanto riguarda le acque di falda, il monitoraggio di oltre 8900 località europee ha evidenziato una contaminazione da glyphosate nel 1,3% di tali località, con circa lo 0,7% dei campioni con concentrazioni dell’erbicida superiori al limite consentito in Europa per l’acqua potabile (0,1 µg/litro). Questi dati sono in linea con i risultati ottenuti in altri progetti di monitoraggio condotti in paesi extra-europei dove le colture resistenti a tale erbicida sono già autorizzate da svariati anni, tuttavia con livelli di concentrazione residuale dell’erbicida e del suo metabolita AMPA generalmente superiori ai livelli fino ad oggi registrati in Europa. Per quanto riguarda invece la contaminazione degli alimenti, i dati disponibili sono ancora oggi piuttosto scarsi, e riguardano prevalentemente analisi condotte su cereali. Nonostante che il glyphosate abbia oggi un utilizzo sempre più diffuso, si può affermare che l’attività di controllo dei suoi residui negli alimenti è ancora inspiegabilmente insufficiente per determinare l’effettiva esposizione della popolazione a tale composto chimico. Il governo inglese ha avviato sin dal 2006 una campagna di rilevamento dei residui di glyphosate nel pane: nel 2011 il 35% dei campioni di pane integrale sono risultati contaminati dall’erbicida, con una concentrazione massima rilevata pari a 0,9 mg/kg. Nel 2009 in Europa sono stati condotti 186.852 test su campioni di cereali per rilevare i livelli residuali di antiparassitari: tuttavia solo cinque nazioni comunitarie hanno incluso tra le analisi il rilevamento del glyphosate, per un totale di 462 campioni, di cui 42 sono risultati positivi (9%) (European Food Safety Authority 2012. The 2009 European Union Report on Pesticide Residues in Food. Appendix II http://www.efsa.europa.eu/en/efsajournal/pub/243 0.htm.). Sebbene non sia possibile con i dati fino ad oggi disponibili determinare la effettiva esposizione ai residui di glyphosate, alcuni dati indiretti suggeriscono che probabilmente il fenomeno ha una portata maggiore rispetto alle previsioni. In Argentina, nella provincia di Chaco, dove da diversi anni viene largamente coltivata soia GM resistente al glyphosate, si è osservato nell’ultimo decennio un aumento di circa tre volte del numero di neonati malformati. Sempre in Argentina, la provincia di Cordoba è una delle aree del paese latinoamericano con la più alta densità di colture GM resistenti al glyphosate ed è anche la provincia argentina con il maggior numero di nati malformati. (López SL et al (2012) Pesticides Used in South American GMO-Based Agriculture: A Review of Their Effects on Humans and Animal Models. Advances in Molecular Toxicology Vol. 6 pp. 41-75). Uno studio condotto nel 2006/2007 in un ospedale paraguaiano ha evidenziato che le donne che vivevano ad una distanza inferiore di un chilometro da campi di soia GM, trattati con glyphosate, avavano una probabilità più che doppia di generare figli con malformazioni (Benítez-Leite S, Macchi ML & Acosta M (2009) Malformaciones congénitas asociadas a agrotóxicos [Congenital malformations associated with toxic agricultural chemicals]. Archivos de Pediatría del Uruguay Vol 80 pp237-247.). Samsel e Seneff, nell’articolo “Glyphosate’s suppression of cytochrome P450 enzymes and amino acid biosynthesis by the gut microbiome: pathways to modern diseases” (Entropy 2013, 15, 1416-1463) concludono affermando che: “Glyphosate is likely to be pervasive in our food supply, and, contrary to being essentially nontoxic, it may in fact be the most biologically disruptive chemical in our environment” (“Il glyphosate è altamente pervasivo nella nostra alimentazione, e, contrariamente ad essere essenzialmente non tossico, può infatti essere considerato la sostanza chimica più biologicamente distruttiva nel nostro ambiente”). Il glyphosate è già attualmente nel nostro paese l’erbicida maggiormente utilizzato per il diserbo sia nelle aree agricole che in quelle extraagricole: l’introduzione delle attuali colture GM non farebbe che aumentarne ulteriormente l’uso e di conseguenza incrementandone la sua dispersione ambientale, con tutte le conseguenze del caso per la nostra salute.

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